Lug 29 2011

#1.2 Rovere

Allora torno in macchina, faccio benzina e continuo verso Rocca di Mezzo. Presto vedo un centro abitato che sale su uno spuntone di pietra. Mi sembra carino e parcheggio. Robur marsorum c’è scritto su una lapide all’ingresso del paese. Mi avvio verso il top dell’abitato. Salgo e stavolta il centro storico è addormentato e sembra non avere alcuna intenzione di svegliarsi. È tutto in ristrutturazione, è tutto silente, solo colpi sul cemento e una musica araba che li accompagna. Salgo ancora e incontro solo operai stranieri che mi guardano stupiti. In cima c’è una rocca in stato di totale abbandono, piena di rovi e piante. È molto bella, molto solitaria. Più avanti c’è un sentierino che porta ad una punta a picco su due vallate. Ad aspettarmi sull’eminenza c’è una bianchissima madonna a braccia aperte e un altarino con delle iscrizioni risalenti al tempo recente della deposizione della statua. Gli ultimi abitanti l’hanno messa lì e contano che li protegga dall’alto. Non basta più starsene tutti nelle loro casette vicine e solidali, forse da quando le possibilità della città hanno svuotato questi piccoli scomodi e tranquilli paradisi. È una madonna veramente imponente, bell’espediente per infarcire di fede il canale emotivo aperto dalla suggestione del posto da capogiro. Io la guardo aspettando l’illuminazione, poi mi ricordo di averla già avuta oggi davanti a un finto film americano e mi è sembrato più che sufficiente, ho alzato le spalle e mi son voltata a guardare la rocca, nella sua negletta solitudine.

Intanto le nuvole si fanno sempre più basse, scure e minacciose. Forse è il caso di tornare giù, penso mentre scanzo rami e rovi che occupano a buon diritto il sentiero.

Torno nel borghetto, inizio a scendere convinta che tutte le viuzze mi porteranno dove devo andare. – Signorì, sto paese è tutto tuo. Tu sei uuu-niiii-caaa, guarda un po’. Non c’è nessuno, tu sei la padrona di tutto. Come mai da ste parti, tutta soletta?

-Siamo in due allora, padroni del paese. Lei pure sta qua…

-Eh ma io so vecchio, che pozzo fa più…-E gli altri addò stanno?- Chi ce sta più qua, poi co sto tempo…stanno tutti a dormì.

E’Italo, 85 anni suonati e una tenuta da cacciatore iscritto alla LIPU. Ha un bel binocolo e sorveglia la zona, segue la storia dei camosci e delle volpi. Ci guarda pure i funghi e scopre se può partire col cestino. Dice che queste cose le fa per noia, perché è un paese noioso e deve pur fare qualcosa. Ogni giorno si mette di fronte al costone con il desiderio che il camoscio femmina, che occupa il mezzo superiore della montagna incontri il camoscio maschio che si trova nell’altro mezzo inferiore. A suo dire questo non è mai avvenuto. – L’Africa ha un male profondo dentro, ti cattura, ti porta a fare cose di cui ti pentirai. Sono dovuto tornare a forza, sennò sarei rimasto per sempre.

E’la stessa storia del camoscio, come ho scoperto un manipolo di storie dopo.

…continua…


Lug 26 2011

#1.1 Celano-S.Iona-Ovindoli

Stamattina era la mattina perfetta. Tempo bello, macchina a disposizione, pochi familiari cui dare spiegazioni nei paraggi. Sembra una cosa assurda ma dire ad una nonna che stai andando in macchina da sola a fare una gitarella non è proprio così semplice. – Addò va? Escìì, da sola? E’piiiin’de curve, statt’ecc. E che c’ha da ii a fa? – Okei, nonnì, vado a trovare una mia amica.-Addò abbita? – Su, ci vediamo verso Ovindoli, non te preoccupà, non torno a pranzo -Non revenì de notte, sci beneditta. Al ritorno mia madre mi dirà: sta figlia è proprio matta.

Uno sguardo veloce a googlemaps tanto per verificare la mia bella cartina cartacea. Si parte.

Il mio piano confuso e volutamente poco definito ha come idea di base Ovindoli. Si trova a nord est rispetto ad Avezzano, il nome alla partenza mi dice poco più che campi da sci.

Per arrivare a Ovindoli devo passare da Celano. In un quarto d’ora sono lì, sbaglio bivio e mi ritrovo in vicoli intricati dentro il paese che mi portano vicino al Castello Piccolomini. Decido di approfittare dell’errore e parcheggio. Prendo una di quelle viuzze che mia zia chiamerebbe “‘mpettata” e sono al Castello, entro in un bar e faccio colazione. Tante, troppe macchine per una cittadella. Un bambino celanese mi si avvicina di soppiatto – Oh, tu come ti chiami? – Oh, lo sai che vado a Mirabilandia? -Sisi, li faccio tutti, pure quelli più alti.

Celano ha una forma molto disordinata. Sembra che ognuno abbia pensato a sè mentre costruiva. La parte vecchia è più uniforme, si affaccia sulla piana e si fa precariamente sorreggere dalle pendici della Serra di Celano. Gli affacci di casette di pietra e case del dopoguerra dismesse dominano il Fucino e una montagna senza sentirne il peso. Insomma, una bellezza inconsapevole, “bionda senza averne l’aria“.

Mi rimetto in macchina, direzione Ovindoli. Rimango per qualche minuto a girare tra i tornanti e i vicoli celanesi senza riuscire a trovare l’uscita. -Qui per Ovindoli? Un signore sulla 60ina scuote la testa e sorride come se avessi chiesto ad una sarta l’uso dell’ago.- Signorì, devi saliì sopra, fino alla piazza e poi dritto dritto.

Mi ritrovo dietro a un rimorchio di rotoballe di fieno. Da vicino sono gigantesche e mi vogliono impedire il sorpasso. – Oh stai lì, pazienta, aspetta. – Rotoballe, so che vorreste seguire semplicemente quello che è nelle vostre corde, rotoballe che rotolano. Ma state lì, aaargh! Ascoltano il mio pensiero e se ne stanno pesanti e tacite nel cassone arrugginito.

Non vedo l’indicazione e giro per S.Iona, mi pareva di averla vista sul percorso nella cartina. Si scende e questo mi puzza un po’. Infatti dopo poco incontro l’indicazione Ovindoli 9 km, nella direzione opposta. Mi fermo a S.Iona e mi faccio una camminata fino alla Torre. Insediamento medievale, torre d’avvistamento che rientra nel sistema difensivo di Celano. Citata pure come “Jonas” da Tito Livio. Rimangono dei resti della cinta muraria. Intorno alla Torre tante casette in rifacimento dal sapore duecentesco. Fiori alle finestre, vicoli stretti dove quasi pure una bici fa fatica a passare.

Si riparte e stavolta in poco più di 20 minuti sono ad Ovindoli, la mia macchina leggera sculetta tra i tornanti e riprende stabilità tra i pini neri che costeggiano la salita. Entro in un centro informazioni turistiche perché sono già in riserva e voglio chiedere dove fare benzina. Mi accoglie una voce giovane. Le chiedo informazioni generali su cosa fare-vedere nei dintorni e lei senza guardarmi attacca una cantilena e con pochi automatici gesti traccia dei segni sulla cartina. Avrà la mia età, ma sembra distante anni luce, dietro la sua giacca nera sobria. Finisce il nastro e io mi inserisco con una domanda, anche per questa ha il suo bel file audio che inizia e finisce senza espressione. Il nuovo che avanza, peggio peggio peggio del vecchio.

E’ freddo, ho portato solo un golfino leggero. Inizio a salire i vicoli e il paese vecchio sembra completamente addormentato. Tutto lascia intendere che qualcuno si sveglierà, ma per ora parlano solo le mura di pietra e i vicoletti. Mi infilo in un antro stretto tra due case con un bell’archetto basso di pietra, salgo ancora con addosso la sensazione sgradevole di violare qualcosa e ritrovarmi con un piede in qualche stanza da letto o cucina, tanto è  casalingo e informale l’aspetto di queste viuzze.

Continuo verso la statua dell’Alpino e mi ritrovo in un posto magico, di quelli da meditazione. Bisogna starci, non si può spiegare. Siedo su una roccia modellata da migliaia di culi, liscia e levigata. Intorno il freddo si fa scuro e minaccioso tra i pini delle due alture che accompagnano quella su cui troneggio. I pini sottili e stretti come a dover porre strenua e continua resistenza al quotidiano attacco antropico, si inclinano in direzione opposta all’avanzare trionfante dell’abitato. In linea d’aria, di fronte e me, c’è un bel rifugio trapiantato qui direttamente dalle Alpi. Le case nuove riproducono artatamente lo stile alpino, con i balconi in legno, le finestrelle e il legno intagliato sulle facciate. Dall’alto il centro storico le smentisce, così denso e così grigio di pietra.

I borghi antichi, con la loro compattezza, possono parlare di tante cose. Per esempio di un tempo in cui la gente voleva stare insieme, temeva la solitudine e si stringeva perché si sa, la sventura si affronta meglio in tanti. La sinergia, la solidarietà che non lascia nessuno indietro in momenti e condizioni storiche in cui tutti stanno al fondo della salita. E poi il freddo si affronta meglio in un grumo di terra che in una landa estesa. Le finestre come fessure sono un’altra arma della stessa battaglia.

Scendo nella piazzetta e entro in uan rosticceria con l’intenzione di prendere un pezzo di pizza e ripartire. Cedo con piacere ad una bella scodella di coccio di zuppa di lenticchie e pasta fatta in casa, mi siedo e decido intanto la mia prossima meta, nella beatitudine di un pasto semplice e autentico. Vorrei fare uno dei giri nel verde che mi ha indicato la macchinetta delle informazioni ma sembra voler piovere.

Allora torno in macchina, faccio benzina e continuo verso Rocca di Mezzo. – Signorì, sto paese è tutto tuo.

…continua


Lug 26 2011

Entroterra

Le premesse.

Inizia oggi (ieri ormai, in realtà) il mio viaggio nell’Abruzzo interno. Voglio scoprire, vedere per la prima volta con il mio sguardo di oggi la terra che mi parla da decenni. Due. Ha parlato invano per troppo tempo, è arrivato il momento di offrire l’orecchio. Non l’ho deciso, è venuto.

Un viaggio (che sia nel senso comune del termine o che sia invece in senso più largo una qualunque nuova esperienza) può iniziare da una casualità. Una decisione impulsiva, un automatismo proiettato dall’esterno nel nostro cammino. Oppure ci capita di fare il primo passo di un percorso perché c’è un’esigenza profonda a smuoverlo. Alzi la gamba governato da una rete intricatissima di circostanze che sono poi la trama della tua attuale condizione. L’abbassi e qualcosa già inizia a cambiare.

Ci sono territori che sono solo nostri, e su questi non mi va di accendere luci invadenti e riduttive. Poi ci sono i terreni comuni, e lì non c’è cosa più dolce di poterci portare spiriti affini, banchettarci sopra con una bella chitarra e magari anche un falò, stretti dall’umano collettivo.

Ed è per questo che voglio condividere le mie scoperte, con la volontà di rifuggire ogni autocompiacimento o celebrazione narcisistica, tentazione sottile e insidiosa di ogni esternazione da social network. Ci proverò.