#1.2 Rovere

Allora torno in macchina, faccio benzina e continuo verso Rocca di Mezzo. Presto vedo un centro abitato che sale su uno spuntone di pietra. Mi sembra carino e parcheggio. Robur marsorum c’è scritto su una lapide all’ingresso del paese. Mi avvio verso il top dell’abitato. Salgo e stavolta il centro storico è addormentato e sembra non avere alcuna intenzione di svegliarsi. È tutto in ristrutturazione, è tutto silente, solo colpi sul cemento e una musica araba che li accompagna. Salgo ancora e incontro solo operai stranieri che mi guardano stupiti. In cima c’è una rocca in stato di totale abbandono, piena di rovi e piante. È molto bella, molto solitaria. Più avanti c’è un sentierino che porta ad una punta a picco su due vallate. Ad aspettarmi sull’eminenza c’è una bianchissima madonna a braccia aperte e un altarino con delle iscrizioni risalenti al tempo recente della deposizione della statua. Gli ultimi abitanti l’hanno messa lì e contano che li protegga dall’alto. Non basta più starsene tutti nelle loro casette vicine e solidali, forse da quando le possibilità della città hanno svuotato questi piccoli scomodi e tranquilli paradisi. È una madonna veramente imponente, bell’espediente per infarcire di fede il canale emotivo aperto dalla suggestione del posto da capogiro. Io la guardo aspettando l’illuminazione, poi mi ricordo di averla già avuta oggi davanti a un finto film americano e mi è sembrato più che sufficiente, ho alzato le spalle e mi son voltata a guardare la rocca, nella sua negletta solitudine.

Intanto le nuvole si fanno sempre più basse, scure e minacciose. Forse è il caso di tornare giù, penso mentre scanzo rami e rovi che occupano a buon diritto il sentiero.

Torno nel borghetto, inizio a scendere convinta che tutte le viuzze mi porteranno dove devo andare. – Signorì, sto paese è tutto tuo. Tu sei uuu-niiii-caaa, guarda un po’. Non c’è nessuno, tu sei la padrona di tutto. Come mai da ste parti, tutta soletta?

-Siamo in due allora, padroni del paese. Lei pure sta qua…

-Eh ma io so vecchio, che pozzo fa più…-E gli altri addò stanno?- Chi ce sta più qua, poi co sto tempo…stanno tutti a dormì.

E’Italo, 85 anni suonati e una tenuta da cacciatore iscritto alla LIPU. Ha un bel binocolo e sorveglia la zona, segue la storia dei camosci e delle volpi. Ci guarda pure i funghi e scopre se può partire col cestino. Dice che queste cose le fa per noia, perché è un paese noioso e deve pur fare qualcosa. Ogni giorno si mette di fronte al costone con il desiderio che il camoscio femmina, che occupa il mezzo superiore della montagna incontri il camoscio maschio che si trova nell’altro mezzo inferiore. A suo dire questo non è mai avvenuto. – L’Africa ha un male profondo dentro, ti cattura, ti porta a fare cose di cui ti pentirai. Sono dovuto tornare a forza, sennò sarei rimasto per sempre.

E’la stessa storia del camoscio, come ho scoperto un manipolo di storie dopo.

…continua…


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